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Alberto Magnelli ha realizzato poche decine di collages durante
un periodo di tempo che copre tuttavia circa trent'anni. I primi
risalgono agli anni Trenta e accompagnano la grande stagione astratta
della sua maturità artistica sino agli anni Sessanta.
L”invenzione” moderna della tecnica del collage appartiene senz’altro
alle avanguardie storiche e specialmente al cubismo. Sia con intenti
dissacratori sia come ampliamento delle soluzioni formali, gli artisti
cercano una soluzione all’eterno contrasto arte/vita prelevando
e immettendo nelle loro opere materiali di scarto della vita quotidiana
(in un primo momento questi “luoghi quotidiani” erano i caffè o
gli atelier degli artisti stessi). Il collage e il suo parente stretto,
l’assemblaggio, conserveranno per circa un secolo, e anzi aumenteranno,
la propria valenza essenzialmente sociale, politica, narrativa (ovviamente
di narrazione non lineare) affidandosi di volta in volta a parole
chiave come “ibridazione”, “frammentazione” e “appropriazione”.
I collages di Alberto Magnelli sono però totalmente estranei a questa
che potremmo definire una consolidata tradizione novecentesca e
contemporanea. E basterebbe questo, forse, a renderli rari e originali.
A differenza dei collages cubisti e poi dadaisti, che si appropriavano
di materiali di scarto, quelli di Magnelli sono infatti costruiti
con una scelta deliberata e consapevole di materie industriali:
si tratta di volta in volta di carta ruvida, ondulata, cerata, telata,
incatramata, oppure carta da parati o da musica o, ancora, cartoni
da imballaggio, tela di sacco, corda, sempre selezionati con grande
attenzione all'aspetto formale. Al contrario delle avanguardie storiche
dunque, che si erano cimentate con il collage essenzialmente attraverso
il prelievo di oggetti e materiali “trovati”, prosaici
e usurati, Magnelli si serve dei materiali industriali del suo tempo
secondo modalità personalissime e sofisticate, con l'intento
di arricchire le potenzialità espressive della materia pittorica.
Poco più di vent'anni fa, in un suo saggio sui collages di Magnelli Giulio
Carlo Argan si domandava: “Severa sperimentazione o raffinata ironia sulle
contraddizioni della pittura nell'epoca dell'industria? Ma che differenza
c'è?”. In questo interrogativo (retorico) si racchiude il senso della pratica
del collage di Alberto Magnelli, che si fonda da un lato su una continua
ricerca formale, del tutto assimilabile al linguaggio della pittura,
dall'altro su una riflessione critica -e non concettuale- sul senso
della pittura nell'epoca dell'industria.
La mostra “Alberto Magnelli. Collages” presenta una selezione di 29 collages
storici, dal 1936 al 1964, alcuni dei quali esposti nella personale al Centre
Pompidou di Parigi del 1989 e nella mostra italiana del 2006 (a Reggio Emilia
e Correggio), altri invece completamente inediti. In consonanza con l'affermazione
dell'artista sulla necessità di una “coerenza delle forme”, il corpus dei
collage in mostra offre una visione rigorosa del suo lavoro di sperimentazione,
sempre giocato su una gamma omogenea di materiali e geometrie, con l'unica
straordinaria eccezione del Collage n.820, 1938, ove sono presenti, sul cartone
ondulato e sul legno del fondo, foglie, rami, cocci di vetro e di terracotta,
unica concessione a un perduto “naturalismo”.
La mostra, curata da Daniel Abadie e Danna Battaglia Olgiati è accompagnata
da un catalogo edito da Silvana Editoriale con testi di Ada Masoero e Giovani Iovane.
La rassegna si avvale del prestigioso contributo di: Martin Maurel Sella – Banque
Privée (Monaco), MPM & Partners (Monaco), Audemars Piguet Le Mâitre de l’Horlogerie
depuis 1875, e Kogan Financial Art.
Con il Patrocinio del Comune e della Provincia di Milano.
Milano, marzo 2008
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